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LorChiusa dell’Acqua Mariana
La foto ritrae quella che, oltre ad una delle porte di ingresso al Parco di Tor Fiscale, è una testimonianza importante della storia del nostro territorio.
Il manufatto nasconde infatti quella che era una chiusa dell’Acqua Mariana (se si guarda con attenzione la foto si può ancora vedere il meccanismo metallico di regolazione). Il rivo dell’Acqua Mariana, scorreva sotto il suolo, parallelamente agli acquedotti. Fatto costruire da papa Callisto nel 1120, quando gli acquedotti non funzionavano più per la mancanza di manutenzione o per le distruzioni barbariche, il rivo riportò a Roma l’acqua delle sorgenti Tepula e Iulia, fornendo, nello stesso tempo, forza motrice ai mulini del Laterano e del Circo Massimo.
Il canale, a cielo aperto, ad eccezione di un tratto di 940 m presso Casal Morena, dove si utilizzò il condotto sotterraneo dell’acquedotto Claudio, seguiva il crinale dello spartiacque tra il bacino idrografico del Tevere e quello dell’Aniene, fiancheggiava il casale di Roma Vecchia (passando sopra i basoli dell’antica via Latina), procedeva per vicolo dell’Acquedotto Felice, rasentava via del Mandrione, scendeva per via della Marrana, proseguiva per via Tuscolana e piazza Re di Roma, lambiva le Mura Aureliane da Porta San Giovanni a Porta Metronia, scendeva per via Druso, percorreva la Passeggiata Archeologica, per confluire nel Tevere, dopo il Circo Massimo.
Il nome “marrana”, usato nel medioevo perché il rivo incontrava, lungo il percorso, un fondo indicato come “maranus”, si trasformò in “acqua Mariana” nel Rinascimento; mentre con la parola marana si identificarono genericamente tutti i fossi del suburbio di Roma.
La presenza della Marrana modellò l’assetto del territorio. Lungo il suo percorso, sorsero orti, vigne e ville, fontanili, ma anche piccoli insediamenti artigianali e manufatturieri che sfruttavano la forza dell’acqua: mulini, segherie, cartiere, valcherie (o valche), impianti per la lavorazione dei tessuti.
In particolare, su via della Marrana, furono edificati alcuni molini, alcuni scomparsi e altri trasformati in sede di uffici, o in miniappartamenti.
L’acqua Mariana, che servì anche ai vignaioli dei Castelli per inviare a Roma botticelle di vino di contrabbando senza pagare il dazio (operazione che il governo tentò di impedire, costruendo uno sbarramento costituito da una griglia metallica che ha poi dato il nome alla località “la Ferratella” nei pressi di Porta Metronia), perse progressivamente molte delle sue funzioni a causa dell’introduzione a Roma dell’elettricità (1909), che soppiantò gradualmente l’uso dell’energia idraulica.
La Marrana sparì a seguito dell’urbanizzazione dei quartieri Appio e Tuscolano: nel corso degli anni, infatti, fu progressivamente coperta all’altezza dei vari tratti da edificare e, nel 1957, fu definitivamente deviata, dopo il Casale di Roma Vecchia, per farla confluire nel fiume Almone, che si immette nel collettore di Roma Sud. Il segno del suo recente passaggio è tuttora testimoniato dalla presenza di numerosi canneti lungo gli Acquedotti, presso via del Mandrione e vicino Tor Fiscale.
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Lorem IpA pochi metri dall’incrocio con l’Appia Nuova, su via dell’Arco di Travertino, c’è il Parco delle Tombe della via Latina: un vero gioiello monumentale che ospita:
La strada ha origini remote: la rotta naturale, già seguita in età preistorica, venne utilizzata dagli Etruschi per colonizzare la Campania nel VIII-VI secolo a.C. Tracciata definitivamente dai Romani intorno al IV-III secolo a.C., congiunse Roma e Capua attraversando i monti Lepini, Ausoni, Aurunci e le valli dei fiumi Sacco e Liri, mantenendo la sua importanza per tutta l’antichità. Anche in età medievale, infatti, fu preferita come viabilità per Napoli, per la migliore conservazione rispetto all’Appia e la presenza di una serie di edifici di culto cristiani lungo il tracciato.
Entrando nel Parco archeologico delle Tombe della via Latina è oggi possibile percorrere un tratto del selciato originale della strada.
Con una gradevole passeggiata a piedi si possono ammirare le ricche tombe risalenti al I-II secolo d.C. che si affacciavano sul percorso, che presentano ancora perfettamente conservate le decorazioni policrome sulle facciate e all’interno: volte rivestite d’intonaco dipinto e stucco, pareti affrescate con scene di carattere funerario e ricchi pavimenti in mosaico si conservano ancora sostanzialmente intatti nel loro contesto originario. Tra queste:
Il monumento funerario, databile al II secolo d.C., è costituito da due piani sopraterra e da uno ipogeo, in eccellente stato di conservazione. Il piano superiore è coperto da una volta a crociera interamente rivestita di intonaco affrescato a sfondo rosso ed elementi in stucco. Si riconoscono gruppi di personaggi, vittorie alate su bighe, amorini, uccelli, animali marini, soggetti mitologici e sfondi architettonici.
Se ne conservano gli ambienti ipogei riccamente decorati, databili alla metà del II secolo d.C., mentre l’elevato è una ricostruzione ipotetica realizzata nella metà dell’Ottocento. Un elaborato rivestimento in stucco bianco, articolato in 35 medaglioni e riquadri, orna le lunette e la volta a botte dell’ambiente sotterraneo. Soggetti dionisiaci, figure femminili e animali marini sono rappresentate nei medaglioni, mentre nel tondo centrale si trova una delicata figura velata a dorso di un grifone, che rappresenta la defunta portata nell’aldilà.
Gran parte della struttura visibile è una costruzione moderna che protegge il monumento sottostante impostandosi sui muri originali del I-II secolo d.C. che si conservano per circa un metro di altezza. Entrando nel sepolcro si possono ammirare gli ambienti sotterranei splendidamente decorati con mosaici sui pavimenti e volte e pareti affrescate con colori brillanti e stucchi in eccellente stato di conservazione. Vi sono raffigurate scene mitologiche, paesaggi naturali e architettonici, immagini femminili e animali. Al centro di una delle camere ipogee campeggia un grande sarcofago per due deposizioni in marmo greco.
Grande villa suburbana appartenuta dal II al IV secolo d.C. alla gens Anicia. Nel V secolo d.C. la villa fu trasformata nella basilica di S.Stefano Protomartire, da papa Leone Magno (440-461 d.C.) su desiderio di Demetrias, figlia del console Flavius Anicius Hermogenianus Olybrius, che prese il velo nel 413.
In occasione della consacrazione della vergine romana, la madre Giuliana commissionò a tre note figure religiose del suo tempo, Agostino, Girolamo e Pelagio, uno scritto che incitasse la giovane vergine nel cammino intrapreso. L’epistola-trattatello inviata da Pelagio rappresenta “uno dei gioielli della letteratura cristiana”, e si presenta come una vera e propria istruzione morale, che tocca gli aspetti salienti della consacrazione verginale: il ruolo della Sacra Scrittura e della lectio divina, la virtù dell’umiltà, l’impegno ascetico, la testimonianza visibile di uno stile di vita “discontinuo” rispetto a quello del mondo. Nonostante la condanna di Pelagio in seguito alla controversia da lui generata sulla dottrina della grazia e del libero arbitrio (418), l’Epistula ad Demetriadem continuò ad essere letta anche nei secoli successivi per via della saggezza spirituale e della tensione ascetica di cui è pervasa.sum dolor sit amet
Lorem IAcquedotto di Claudio
La costruzione di quest’acquedotto inizia nel 37 a.C., quando è imperatore Caligola e termina nel 52 a.C. durante il regno di Claudio che gli dà il nome. La struttura ha fornito l’acqua a Roma fino al 537 d.C.
In quella data, durante la Guerra Gotica (scatenata dall’Imperatore d’Oriente, Giustiniano, nel tentativo di ricostruire l’unità dell’Impero romano), il re ostrogoto Vitige, passa alla controffensiva contro i bizantini, che hanno occupato Roma, scacciandone proprio gli ostrogoti.
Durante l’assedio, il re fa distruggere le condotte e, approfittando del fatto che le arcate dell’acquedotto Claudio e di quello dell’acqua Marcia corrono parallele e si incrociano due volte (oggi il posto dell’acquedotto Marcio è stato preso dall’Acquedotto Felice, costruito nel 1587 per volere di papa Sisto V; al secolo Felice Pieretti), le fa chiudere con fango e mattoni e si accampa nell’area (questo è il motivo per cui ancora oggi una delle vie di Tor Fiscale si chiama via del Campo Barbarico).
Il tratto di acquedotto che costeggia via Frascati è uno dei meglio conservati e potrebbe essere valorizzato per attirare turisti e visitatori.
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Mail: info@prolocotorfiscale.it
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Il progetto “La memoria della comunità”
5. Perché usare la compostiera
La nostra compostiera consente:
· di tenere in ordine il giardino soprattutto in presenza di animali domestici;
· di creare occasioni di socializzazione e scambio di esperienze;
· di creare reddito per la cooperativa di falegnami che la costruisce;
· di trasmettere ai giovani le conoscenze relative ad una buona pratica per rispettare l’ambiente.
· una forca per mescolare il compost;
· un setaccio con maglie di 1-2 cm.
Per ottenere un compost di buona qualità, sono indispensabili i seguenti ingredienti:
- SCARTI ORGANICI: la ricetta ideale prevede che si inserisca nella compostiera un mix costituito almeno per il 50% di scarto di cucina, erba e foglie, ricco di azoto e il 50% di scarto vegetale legnoso, ricco di carbonio (ramaglie, potatura di siepe, arbusti o alberi da frutto). Lo scarto vegetale legnoso deve essere spezzettato, tagliato o triturato per far in modo che si mescoli bene con gli altri scarti e per rendere la miscela porosa il giusto, affinché sia presente l’ossigeno (indispensabile ai microrganismi che produrranno il compost).
Riconoscere gli scarti ricchi di carbonio è molto facile: sono secchi e marroni (legno), mentre quelli ricchi di azoto sono in prevalenza umidi e verdi (scarti di cucina e erba).
Mescolando bene tutti gli ingredienti, permettendo all’aria di circolare dentro la compostiera e assicurando la giusta umidità, si assisterà, in ordine di tempo, ai seguenti fenomeni:
1. sviluppo, sulla superficie dei materiali, di colonie di muffe e funghi;
2. riscaldamento progressivo della massa del compost, fino a raggiungere 40-50°C al suo interno;
3. disgregazione dei materiali, con una riduzione del volume iniziale (oltre il 50%);
4. progressiva perdita dei colori originali e generale imbrunimento di tutti i componenti;
5. raffreddamento e stabilizzazione del compost che si è formato.
Alcuni consigli per ottenere del buon compost:
- la triturazione dello scarto legnoso è consigliabile, ma non indispensabile;
- non compostate scarti di carne e di latticini e lettiere usate d’animali domestici; così eviterete di attirare insetti, animali randagi e roditori. Se gli scarti vegetali legnosi sono scarsi, aggiungete tovaglioli, fazzoletti di carta, meglio se appallottolati;
- aggiungete se possibile una “spolverata” di compost o di terra sopra gli scarti nella compostiera;
- usate un innaffiatoio per inumidire leggermente il materiale dentro la compostiera;
- ogni due-tre giorni rimescolate il materiale in fase di compostaggio con una forca o con attrezzi simili alle fiocine dotate di alette mobili;
- per evitare il proliferare di insetti e di mosche in particolare, coprite tutte le volte gli scarti con uno strato di terra e/o di compost fresco e chiudete subito la compostiera con il suo coperchio.
10. Come si usa il compost
Estraete il compost dalla compostiera o dall’apposita apertura posta sul fondo oppure aprendo completamente la compostiera. In quest’ultimo caso dovrete prelevare la parte superiore del cumulo, non matura e metterla da parte perché servirà da base per un nuovo ciclo. Sul fondo si trova, invece, il compost più maturo da sottoporre eventualmente alla vagliatura per eliminare la parte grossolana che va rimessa dentro la compostiera. Prima di procedere alla vagliatura del compost fresco, verificate che il grado di umidità del compost sia quello giusto per avere un materiale soffice e friabile, facilmente setacciabile.
Un’eccessiva umidità renderà il compost troppo compatto facendolo aderire alle superfici e, di fatto, non setacciabile. In questo caso, si può far asciugare il compost, esponendolo liberamente all’aria, fino al raggiungimento della giusta consistenza. Il setaccio può essere auto costruito con quattro assi di legno cui fissare una rete di plastica o metallo a maglie di circa un centimetro. Si può riciclare a uso setaccio cestelli di plastica per tenere le mollette del bucato o cestelli per centrifughe a mano per asciugare l’insalata o vecchie reti di materassi.
Distribuire il compost sulla superficie del terreno in dosi di circa 3-4 kg/mq e interrare con una leggera lavorazione (vangatura o fresatura).
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